DOMENICO D’ANDREAMATTEO (MARULLI)
(1786 – 1814)
Sacerdote, patriota

Domenico D’Andreamatteo, soprannominato Marulli, nacque in Città S. Angelo il 17 di febbraio del 1786 da Carlo e da Maria Michele Florindi onesti contadini.

Da fanciullo prese a frequentare la casa del signor Saverio de Laurentis, il quale posegli amore e, ritraendolo dai campi, lo avviò negli esercizi del leggere e dello scrivere e lo tenne a sue spese nel Seminario Diocesano di Penne (insieme ai giovani Filippo La Noce e Bernardo De Michaelis allora provenienti da Penna S. Andrea).

Il 1809 il d’Andreamatteo ordinato diacono, fu assunto fra i Canonici della chiesa Collegiata di S. Michele Arcangelo. Investito quindi della dignità, fu sacerdote serbando sempre per il De Laurentis cuore devoto e grato.

Bello ed eletto ingegno, fu profondo conoscitore della lingua latina; aveva facilità di improvvisare distici copiosi e non solamente il suo ingegno si manifestava nelle scienze profane, ma anche nelle politiche.

Accoppiando al sapere la molta onestà, ebbe giovani intorno a sé appena annunziossi nell’insegnamento.

Sentendo vivo nell’animo suo il sentimento che la libertà è un amore e che dove non si ama non è la patria, stette nel 1814 nel movimento repubblicano, capitanato da questo suo luogo nativo, contro il governo di Gioacchino Murat. Arrestato, fu condannato a morte dalla Corte marziale. Prima di morire volle scrivere al suo benefattore De Laurentis.

Era il testamento ultimo del giovane sacerdote.

Assicurava il suo benefattore che egli moriva prete e sacerdote del Dio vivente di cui era stato indegno ministro, ma che aveva fiducia in Dio misericordioso, il quale accoglierebbe lo spirito nelle braccia divine. E pregava che dagli uomini non fosse maledetto se egli volontario erasi posto in una tale via che la vita acerba gli veniva troncata. Pregava che nè meno lo piangessero perché tanto il sacrificio era onorevole. Avrebbe voluto stringere tutti a se, ma non potendo lo faceva col cuore che è fonte di desiderio; e abbracciava lui secondo padre, ma nella vita dello spirito e dell’intelletto, primo e vero padre, e abbracciava il vecchio genitore che gli aveva dato l’essere nel tempo e che tanto l’amava e abbracciava la madre infelice che lui voleva, in quell’ultimo confine della vita, confortare nella dipartita mortale ed egli or falliva involontario agli obblighi di figlio e di sacerdote; e abbracciava i parenti dilettissimi e i giovani istruiti da lui e i concittadini tutti, ai quali chiedeva perdono, desideroso che ognuno lo benedicesse, sin le pietre della strada.

Fu fucilato in Penne alle ore 21:00 di domenica 17 di luglio 1814 all’età di 28 anni; e vittima immacolata, pagò col sacrificio dell’onorata vita il suo grande amore alla patria e alla libertà.

Fonte: “Storia di Città Sant’Angelo” di Pasquale Pace – Stab Tip. Arte Stampa – Pescara – 1943

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