La cappella di Villa Serena: un’opera d’arte totale dove Ettore Spalletti ha disegnato ogni elemento.

La Cappella e la Sala del Commiato di Città Sant’Angelo, realizzata dall’artista Ettore Spalletti insieme all’architetto Patrizia Leonelli, sono un’opera d’arte e d’architettura al tempo stesso e appaiono la sintesi di un percorso di ricerca che ci porta a riflettere sul concetto di bellezza, di armonia, sul rapporto tra arte e architettura, o meglio sulla percezione dello spazio, della luce, del colore e della forma.

Realizzazione del progetto

La Cappella e la Sala del Commiato si trovano nel parco della Casa di cura privata “Villa Serena” a Città Sant’Angelo in provincia di Pescara. Il complesso ospedaliero è situato in zona collinare, tra il mare e la montagna, e si estende su un’area complessiva di oltre 20 ettari, gran parte dei quali destinati a verde. L’area di intervento è collocata di fronte all’ingresso principale della clinica.

Nella struttura preesistente, costruita negli anni ’60 su disegno di Leonardo Petruzzi, fondatore della clinica, l’obitorio era letteralmente inglobato alla Cappella, risultando una sorta di appendice di quest’ultima. Era necessario ridare un’identità architettonica e funzionale ad entrambi gli edifici rendendoli completamente autonomi. Considerando la richiesta della committente, la Dott.ssa Titti Petruzzi Baldassarre, di non abbattere la Cappella si è proceduto con la sua ristrutturazione; l’obitorio invece è stato demolito e costruita una nuova Sala del commiato all’interno dello stesso lotto. La progettazione della piazza ha stabilito nuove gerarchie dei percorsi pedonali e carrabili. Un doppio filare di Pyrus Calleryana indica il percorso pedonale che collega le zone adibite a parcheggio con l’ingresso alla clinica; altri filari degli stessi alberi evidenziano il perimetro di appartenenza delIa Cappella. Nella Sala del Commiato i tre Pinus Halepensis esistenti sono entrati a far parte del progetto diventando protagonisti di un piccolo giardino segreto. Un’alta siepe lo separa dalle aree di parcheggio, proteggendolo dagli sguardi esterni.

La cappella

La Cappella esistente presentava dei deficit dal punto di vista strutturale, impiantistico e funzionale (mancavano la sacrestia, il confessionale e un luogo deputato per il tabernacolo). Una volta abbattuto l’obitorio si è consolidata la struttura portante ed adeguato l’edificio dal punto di vista dell’efficientamento energetico. Una nuova cortina muraria in mattoni pieni con posa ‘a croce’ ha avvolto la vecchia struttura; la nuova facciata si eleva di 50 cm rispetto alla precedente e contiene la nuova copertura in lamiera coibentata. Il volume della Cappella, che ha conservato la pianta a croce greca, si presenta solido, compatto; le vecchie finestre a losanga sono state eliminate; le nuove aperture sono state ricavate all’interno dello spessore della cortina muraria (passato da 35 a 100 cm.) consentendo di arretrare le porte di ingresso. Gli infissi, in ferro e a taglio termico, riprendono il tema della croce. All’interno la vecchia pavimentazione in travertino è stata sostituita con una nuova pavimentazione in Pietra di Bedonia. Le travi a vista del solaio di copertura sono state inglobate in un controsoffitto in cartongesso fonoassorbente creando un effetto “origami”. Il soffitto ribassato, che interessa solo tre bracci della Cappella, contribuisce a dilatare visivamente lo spazio dell’aula. Nel quarto braccio il controsoffitto si alza di 70 cm, conferendo al volume cubico sottostante un senso di ascensionalità. Questo grande cubo, affiancato da due colonne in marmo, scuote e deforma lo spazio della Cappella, diventandone uno degli attori principali. Oltre a costituire una sorta di fondale per l’altare centrale cela, al suo interno, la sacrestia ed il confessionale. Una “tenda di luce” determinata dal riverbero della luce naturale sulla parete del cubo lo avvolge, cambiando continuamente colore durante le ore del giorno.

L’illuminazione naturale avviene esclusivamente attraverso le quattro porte vetrate poste sulle facciate, creando un gioco di riflessi sulle pareti e sul soffitto che varia con il variare delle stagioni. Un lampadario centrale e otto lampade a parete disegnate da Carlo Scarpa per Venini nel 1940 risolvono l’illuminazione artificiale. All’interno della Cappella lo spazio, lasciato volutamente neutro, ha accolto l’intervento artistico.

Patrizia Leonelli: “L’ipotesi di progetto per la Cappella stata quella di mantenere in risonanza due universi che appaiono lontani, l’arte e l’architettura, per creare un luogo che diventi il punto di partenza di un compenetrarsi antico.

L’immagine severa, pulita e rigorosa dell’esterno cela uno spazio interno capace di suscitare meraviglia attraverso la relazione tra spazio architettonico e intervento artistico. Progettare una Cappella insieme ad un artista significa rimettere in discussione il progetto; il discorso diventa più ampio, più profondo, più magico. Significa fare un passo indietro per lasciare che le opere d’arte non siano semplicemente esposte all’interno dello spazio ma che interagiscano con lo spazio stesso trasformandolo in pittura e scultura. L’intervento di Ettore Spalletti ha invaso lo spazio interno della chiesa creando un unicum visivo e percettivo con l’architettura. Penso che oggi l’arte debba di nuovo essere considerata la più preziosa alleata dell’architettura. In questo progetto la pittura è stata chiamata in aiuto dello spazio chiuso per tentare di sfondarlo, di dilatarlo nel paesaggio”.

Dopo avere completato i lavori Spalletti ha ‘incontrato’ lo spazio, ha cominciato a passeggiarci dentro, guardarsi intorno, ha cercato la necessità di un colore, ha pensato alle linee della geometria e alla possibilità di rompere la geometria stessa riempendola con una materia che si frantumi in pulviscolo sottile. È intervenuto all’interno della chiesa toccando tutto lo spazio, costruendo un abbraccio e un invito al raccoglimento. Protagonista è il colore, che si muove dall’azzurro tenue al blu intenso, al verde, al rosa, all’oro e si spande dal soffitto, alle pareti, agli arredi. Un’opera d’arte totale, dove l’artista ha disegnato ogni elemento: dai quadri che lievitano sulle pareti, all’altare, collocato al centro dello spazio, composto da quattro blocchi di marmo bianco Sivec attraversati da due lamine di ottone che restituiscono la forma della croce; al tabernacolo, ricoperto di foglia d’oro; alla cattedra, all’ambone e all’acquasantiera, realizzati in marmo nero del Belgio; fino all’ inginocchiatoio collocato di fronte alla statua della Madonna Immacolata, avvolta in una polvere di colore azzurro, con le braccia allargate in segno di accoglienza.

Ogni elemento entra in comunicazione con lo spazio attraverso i differenti effetti di luce assorbita e diffusa: la luce naturale che penetra dalle aperture; la luce emessa dalle sorgenti luminose; la luce riflessa e riflettente del pavimento in pietra scura e dei marmi levigati ed, infine, la luce riverberata dalle opere stesse. Lo spazio della chiesa permette a tutte le opere di esprimersi compiutamente, di partecipare a una sofisticata coralità espressiva, ma al contempo mantenere inalterata la propria, personalissima, voce.

Ettore Spalletti: “Nel mio lavoro c’è sempre il desiderio di offrire uno spazio in cui stare bene, in cui sentirti avvolto e in qualche modo protetto. Il valore più importante per me è quello del dono. Trovare in sé stessi qualcosa da offrire. Quello che il lavoro restituisce devi prima trovarlo dentro di te. Solo dopo provi a restituirlo. Quando mi è stato chiesto di intervenire nella Cappella di Villa Serena ho pensato che mi veniva offerto uno spazio dedicato a tutti, perché la spiritualità è un valore universale che appartiene a tutti noi. Un luogo spirituale ti aiuta nella ricerca del benessere, come una passeggiata all’alba o al tramonto sul mare, o tra gli alberi di un bosco, quando un raggio di sole ti raggiunge, quasi a indicarti un percorso. Vorrei cercare questa accoglienza dentro lo spazio della chiesa. Penso alla chiesa come luogo di contemplazione, un luogo dove puoi raccoglierti nella preghiera, ma puoi anche stare seduto su una panca in silenzio, un momento di raccoglimento che porta alla meditazione. È quello che, per me, cerchi dentro un quadro, qualcosa che non è leggibile in superficie”.

La Sala del Commiato

La Sala del Commiato, costruita ex novo, costituisce l’elemento che ridisegna lo spazio e traccia le linee principali della nuova piazza. Entrando, il primo ambiente, la sala d’attesa, assume le sembianze di uno spazio domestico, un salotto: un divano, delle sedie e dei tavolini arredano l’ambiente. La grande vetrata permette ancora uno sguardo sull’esterno, presuppone un momento di contatto, di relazione, con chi rappresenta il mondo: con i medici che ti accolgono, con chi lì arriva per lo stesso motivo. I pini e la siepe che delimita il giardino segreto entrano a far parte del paesaggio interno. Allo spazio aperto sul mondo esterno della sala d’attesa si contrappone lo spazio completamente introverso delle stanze per la veglia; cinque stanze, tutte di colore azzurro, eccetto una, di colore bianco: una stanza laica. Le cinque celle che si affacciano sul corridoio sono come finestre che si aprono su di un luogo sconosciuto e profondo, immerso nel colore. In ogni stanza una piccola sfera, come una luna, emette una luce soffusa che rileva ogni respiro. I materiali utilizzati rispondono a determinati requisiti igienico-sanitari: la pavimentazione del corridoio e delle stanze è stata realizzata in lastre di Laminam, le pareti sono state rivestite in tessuto spalmato saldabile per ambienti sterili, gli arredi sono in legno laccato come pure i catafalchi, sui quali sono adagiati dei cuscini in marmo bianco Sivec e granito nero assoluto. La luce naturale penetra dalle cinque finestre poste in asse con i catafalchi; le lampade a soffitto delle stanze sono state prodotte dalla Wiener Werkstaette nel 1903-5, le lampade del corridoio sono state disegnate da Otto Wagner nel 1895-99, mentre le lampade a parete della sala d’aspetto sono di Josef Hoffmann disegnate nel 1903.

Patrizia Leonelli: ”L’architettura per me significa accoglienza. I cimiteri, come pure gli obitori, sono fatti per i vivi; la giustificata esigenza di essenzialità è spesso confusa con lo squallore. Progettare un Sala del Commiato significa costruire un luogo in grado di sostenere e aiutare le persone nella loro angoscia e di rispettare pienamente la memoria dei morti”.

Fonte: Paolo Fusero –  Foto: Okno Studio