Collegiata di San Michele Arcangelo, incisone antica

La rivolta contro il vescovo nel 1341

La morte di un “forte scomunicato” mette in subbuglio la città.

Era mercoledì 18 aprile dell’anno 1341. Nel tempio dedicato all’Arcangelo Michele si respirava ancora l’atmosfera delle appena trascorse solenni cerimonie liturgiche della Pasqua, “solenni” certamente per la presenza del Vescovo, il quale si trovava in quei giorni a dimorare nel suo palazzo, “o casa che fosse”, della nostra città come stabiliva un antico privilegio riservato alla chiesa angelese.

Sulle pareti dell’austera navata – non ancora ricoperte dagli orpelli e dalle dorature barocche – fin lassù sotto le possenti travi tirate a pulitura, splendevano gli affreschi che il pittore lombardo (attribuiti al Maestro di Offida [ndr]) aveva realizzato per mostrare al buon popolo di Dio le sacre storie culminanti nella suggestiva Natività, della quale rimane ancor oggi visibile traccia sulla sommità della parete, oltre il soffitto a cassettoni.

Eppure, uscendo dal tempio, fuori del sagrato diversa insolita animazione si poteva notare, come lasciano supporre le colorite annotazioni degli storici di campanile, nelle strade e nelle case d’altro non si parlava che del fatto del giorno: era morto Gizio, tal Nicola Di Giacomo, fratello di uno dei Rettori dell’Università.

Per non incorrere in equivoci è opportuno precisare, anche se può apparire ovvio a chi ha una certa dimestichezza con la terminologia del tempo, che con la parola università s’intendeva allora indicare l’insieme delle anime che costituivano la comunità di un paese; in altre parole l’universale totalità degli abitanti di un luogo socialmente organizzato.

C’è da aggiungere che non è possibile stabilire con esattezza se la Civita Sancti Angeli di quel tempo avesse carattere essenzialmente laico, come sostiene Camillo Pace, o se invece accogliesse, come reggitori della cosa pubblica, anche rappresentanti del clero.

Tornando alla nostra storia affermeremo che la famiglia Di Giacomo era tra le più rispettate (o temute); lo dimostra non solo la nomina a rettore di un suo appartenente, quanto e più l’immediata risposta popolare seguita alla morte di Gizio. Una reazione che turbò e sconvolse la città ben oltre il comprensibile, consueto rammarico che la triste circostanza pur richiedeva: l’evento, infatti, finì per segnare profondamente il destino dell’intera comunità.

Quel popolo – che Federico Il non aveva esitato a definire pervaso da malitia – si stava agitando perché la vita della civitas era stata turbata da un evento grave e straordinario, strettamente correlato allo stato di chierico che si può attribuire a Gizio, poiché al defunto veniva appiccicata la vergognosa qualifica di pubblico peccatore e correva voce che l’arciprete, uomo non avvezzo a farsi intimorire neanche da chi deteneva il governo della città, avrebbe sicuramente rifiutato i funerali religiosi al fratello del Rettore.

A far trapelare il proposito dell’incorruttibile prelato, facendo montare lo scontento popolare, erano stati – manco a dirlo – proprio i Canonici, i quali – almeno a giudicare dal loro comportamento – non dovevano nutrire sentimenti di filiale devozione verso il loro diretto superiore. E tanto meno si dimostravano devoti del Vescovo, che aveva approvato la decisione dell’arciprete senza tentennamenti e s’era subito schierato, accrescendo comprensibilmente la rabbia dei Di Giacomo, contro quel potentato pubblicamente disonorato da una simile infamante condanna. Quale onta per il Rettore nel vedere negata la cristiana sepoltura al fratello chierico.

Una scelta non felice: Nicola Tommasi consacrato vescovo di Penne-Atri.

Il Pontefice si era data cura di scegliere personalmente il Vescovo Nicola Tommasi (Avignone, 25 marzo 1326), ciò nondimeno si può tranquillamente affermare che questa sua decisione non si rivelò particolarmente azzeccata sul piano della pacificazione generale. Al contrario comportò diversi nefasti strascichi che finirono per ripercuotersi, con effetto a catena, in tutti i luoghi della già agitata ed irrequieta diocesi di Penne-Atri.

La prima conseguenza negativa, e non certo la meno rilevante, derivò dal fatto che Fra’ Nicola, già dell’ordine dei cistercensi, non fu mai accettato dal clero della diocesi, e questo generò uno stato di conflitto sempre aperto tra i Capitoli delle diverse Chiese; l’altra, non meno grave, fu che l’avere scelto un uomo tanto caparbio e litigioso, perennemente preda delle decisioni umorali e di frequente portato ad assumere posizioni a dir poco contraddittorie, procurò continui contraccolpi alla storia ecclesiastica ed alla vita sociale delle città di Penne, Atri e Città Sant’Angelo.

Che il Vescovo Tommasi (trentaquattresimo in ordine cronologico della diocesi Penne-Atri) non avesse alcuna propensione per l’arte diplomatica, lo dimostrerà appena eletto: “quando per uno sfogo mal concepito di odio e di rancore” – come si deduce da una lettera dei supplici della vallata del Vomano inviata a Giovanni XXII – negò i sacramenti ad un’intera comunità che si era lamentata sulla questione dei pascoli ingiustamente usurpati dai chierici atriani.

Pur tuttavia, nella scomunica di Gizio ogni circostanza lascia supporre che Arciprete e Vescovo si ponessero dalla parte del giusto, se dobbiamo credere – e c’è sufficiente ragione per farlo – alla grave motivazione che mosse la scomunica riguardante un pubblico peccatore vissuto nello scandalo; una colpa doppiamente grave se si considerano la sua condizione d’uomo di chiesa e la preminente posizione sociale che la famiglia Di Giacomo deteneva nella Civita S. Angeli.

Quale la colpa commessa dal depravato Chierico, quale il peccato che gli fa meritare l’epiteto di forte scomunicato dall’indignato Pasquale Castagna (P. Castagna, in Il Regno delle due Sicilie – descritto ed illustrato, Napoli 1859) a noi non e concesso appurare.

Sul ferale peccato sembrerebbe dunque inutile indagare oltre; né si può accogliere semplicemente l’ipotesi – affascinante, però destituita di prove – così come viene sollevata dalla voce popolare che, senza esitazione, ripiega sull’abusato e sempre efficace “cherchez la femme’: dunque a Gizio non poteva essere capitato altro che vivere in concubinato con una disinibita, quanto esuberante, cognata.

Per tentare di risolvere l’enigma, tuttavia, potrebbe essere utile approfondire la ricerca partendo proprio dallo strano nomignolo Gipsy (come si legge nella pergamena assolutoria), che diventa Gizio nella disinvolta traduzione degli storici locali: e se quel nomignolo (Gipsy = l’egiziano o [l’E] Gizio) alludesse in qualche modo a presunte capacita divinatorie e negromantiche del Di Giacomo? Allora sì che ci sarebbe stato più di un motivo per scomunicare il Chierico Eretico, addirittura dedito a pratiche magiche o seguace d’occulte credenze.

Pasquale Castagna, che più di tutti gli altri appare documentato, sorvola su questo scabroso punto e preferisce dedicarsi a scoprire una santità al protervo Fra’ Nicola… che i fatti, riguardanti la vita del monaco cistercense, smentiscono a più riprese. E restando ai fatti, ed a sentire quanto asserisce il Sorricchio, il Tommasi tutto fu, meno che santo!

Nel corso del suo turbolento episcopato, a più riprese, ebbe modo di rivelarsi non solo caparbio e litigioso, ma soprattutto incostante e capriccioso: ad Atri gli capitò di appioppare la qualifica di insufficiente a tal Guglielmo Gualtieri, che gli era stato proposto dai Tribuni atriani per la nomina a chierico (1327).

Contro il Vescovo Nicola si moltiplicano le violenze a Penne e Città Sant’Angelo.

Ritornando alla nostra vicenda (come viene annotata da Pasquale Castagna, Camillo Pace e Luigi Sorricchio) la severissima, e questa volta ben giustificata, esecrazione del Vescovo Tommasi fece adunare i cittadini angelesi e, detto fatto, fu deciso dall’improvvisato assembramento di popolo, radunato al suono delle campane ed alla voce del banditore, che né l’Università né la famiglia Di Giacomo meritavano un simile affronto: “Sua Cocciuta Eminenza” avrebbe dovuto ricredersi e accertarsi di che panni vestiva la fierissima gente paesana; la stessa che aveva osato sfidare l’ira di Federico II.

E ci par di vederla questa folla bizzosa e invelenita, montata a dovere dai soliti caporioni che la famiglia del rettore doveva avere sguinzagliato affinché il danno di un singolo generasse lo spirito di vendetta di un’intera comunità; ed il pensiero non può che correre all’inveterata abitudine della gente angelese a prendere fuoco quando per un torto vero o presunto si “scende in piazza” per difendere il buon nome del paese.

Si riscaldarono allora gli animi, ed andarono gli infuocati cittadini a prelevare il malcapitato vescovo presso la sua residenza ubicata fuori di Porta Sant’Angelo, nel sito dove nel 1884 sorgerà l’edificio dell’Istituto Magistrale su disegno dell’Ing. Bongioannini.

Andarono… ma Sua Prudentissima Eminenza se l’era svignata per tempo, fuggendo da una finestra.

Ed il particolare modo di uscir da casa del Nostro non desti meraviglia, poiché non era insolito che il Tommasi si tirasse fuori dei guai facendo appello alle sue indubbie capacita atletiche, ed in più di un’occasione ebbe a dover rimboccare la tonaca e non servirsi dell’uscio per scampare alla furia delle folle adirate, calandosi dalle finestre o, addirittura, arrampicandosi sulle pareti di un pozzo.

Se ad Atri e a Città Sant’Angelo Fra Nicola non poteva certo dirsi amato e stimato, a Penne fece crescere l’odio contro la sua persona al punto da rischiare la vita. Una cosa è innegabile: il Tommasi non indietreggiò mai di fronte ai pericoli, anzi li affrontò con coraggio, perfino quando le conseguenze si rivelarono drammatiche per la sua stessa incolumità e disastrose per il mantenimento della pace e della concordia.

In una pergamena (atto conclusivo ed ufficiale del processo contro i rivoltosi [ndr]), miracolosamente salvata dal macero, dai traslochi e dalle ruberie paesane, vi è l’attestazione certa ed autorevole dello spicchio di storia angelese che stavamo tentando di ricostruire; una conferma che oggi ci permette con assoluta veridicità di ricomporre nelle sue linee essenziali la vicenda di Gizio.

Quella che ci veniva offerta dal ritrovamento della pergamena, rappresentava una possibilità più unica che rara per far luce su un accaduto della storia del nostro paese; la “sentenza assolutoria” che liberava la gente di Civita Sancti Angeli dalla scomunica per avere sacrilegamente infierito sul Vescovo Tommasi.

Prima che si avviassero le indagini sui fatti di Penne, si attese più di un anno; mentre per i rettori ed il popolo dell’Università angelese la giustizia intervenne quando ancora le pietre scagliate al Vescovo continuavano a ruotare. Di tale tempestività ci rendiamo maggiormente consapevoli considerando che Roberto della Rocca, istruttore del processo, aveva diretta e specifica giurisdizione su Città Sant’Angelo e, con ogni probabilità, vi dimorava: “Capitaneus Civita Sancti Ang. li eiusque districtus”.

Immediato fu dunque l’intervento del rappresentante del Re e con sollecitudine fu convocato il Collegio Giudicante: furono chiamati a farne parte il “Sapiente viro judice Paulo de Bugnaia” ed il notaio Andrea Valentino.

Esaurite le consuete ritualità di legge, nella pergamena si riportano i fatti e l’atto d’accusa: alla morte di tale Nicola Di Giacomo, detto Gipsy, gli uomini dell’Università angelese, istigati da spirito diabolico (sic) al suono di campane ed alla voce del banditore, avevano radunato il popolo nella piazza dí San Francesco. Concordemente stabilirono quel che andava fatto per indurre l’arciprete e il Vescovo Tommasi a desistere dal proposito di negare i funerali religiosi al chierico scomunicato.

Se poi i testardi religiosi avessero insistito nella loro risoluzione che offendeva l’intera città… avrebbero adoperato ben più drastici e persuasivi sistemi. La rappresaglia doveva coinvolgere anche i famigli e gli accoliti del Vescovo e prevedeva, oltre alle ingiurie, più aspre malversazioni… fino a ricorrere alla soppressione di chi aveva ardito diffamare il buon nome dei Di Giacomo. Ad eseguire il deliberato furono inviati oltre cento uomini, armati di tutto punto con spade a doppio taglio, giavellotti, mazzeranghe ed altri strumenti di “convincimento”, ben adatti ad ammorbidire il coriaceo Fra’ Nicola.

Partirono i prodi, puntando decisamente verso la casa che il Tommasi si stava costruendo; ed in questi luoghi giunti, scoperta la fuga previdente del Presule, si diressero subito alla volta del monastero di S. Agostino, dove Fra’ Nicola si era rintanato, sicuro della doppia protezione offerta dal luogo consacrato e dal titolo regio che la Chiesa aveva conservato anche dopo la cessione agli Agostiniani: “…Ubi dom. Ep.s et sua familia morabant sub  apatolica et regia protetione securis”.

Come s’ingannava Sua Eccellenza! Prima ancora che le trattative iniziassero quegli originalissimi parlamentari diedero di piglio alle mazzeranghe ed ai palanchi, in un battibaleno disgangherarono le porte del monastero e penetrarono nelle stanze del Vescovo.

A quel punto per sottolineare la loro supplica, e siccome si trovavano per le mani un discreto corredo d’efficaci argomenti di convinzione, non trovarono di meglio che provarli su un povero chierico pennese, che assieme al Tommasi familiarmente viveva: “…percuxerunt in diversis partibus corporis sui cum vulneris et sanguinis effusione”. Dopo avere strapazzato il miserello – il quale, da parte sua, restando a fianco dell’ostinato Fra’ Nicola, doveva pur sapere quali rischi stava correndo – la moltitudine inferocita rivolse le sue attenzioni allo sventurato Presule e, tanto per non stare a ripetersi, questa volta usò le pietre, poi lo trassero a forza fuor dal monastero e lo trascinarono fino alla chiesa principale. Lo rinchiusero in un locale della stessa chiesa e, persistendo il Tommasi a non concedere allo scomunicato Di Giacomo i funerali religiosi, raddoppiarono la dose d’ingiurie.

Roberto della Rocca, capitano regio, in seguito alla relazione del fatti dichiara che fin dal 5 marzo dello stesso anno, per punire la grave scelleratezza, ha convocato i responsabili della civica Università in forza della legge “Si quis hoc genus sacrilegi…” e del Capitolo della Curia regia che riguarda “De jniuris seu offensis illatis clericis alijsque religiosis”.

Conseguentemente, con l’autorità che gli proviene dal titolo, stabilisce che sia dato seguito all’iter processuale onde accertare l’esatta verità sulla vicenda. Nel delicato incarico da affrontare – poiché non è mai cosa di poco conto dirimere una controversia tra un ostinato Prelato maggiore gli altezzosi governanti di una impetuosa Università; soprattutto quando l’imputazione che incombe sulla testa dei notabili laici riferisce di violenze, sequestro e tentato omicidio – viene chiamato a dare il suo illuminato parere Basile Trombetta de Nuceria, Coadiutore della Regia Curia ed illustre giureconsulto.

Pertanto il giorno seguente, nella città dove “si dice” sia stato commesso il criminoso delitto, alla voce del banditore viene fatto ricercare Nicola Buzio, il chierico storpiato durante l’assalto al monastero di S. Agostino. Ed è appena il caso di porre l’accento sull’inutilità di siffatta ricerca, attivata a Città Sant’Angelo mentre il Buzio abitava in Penne.

Come la ragion di stato ed il buon senso dettero ragione al popolo angelese.

Il documento, a questo punto, sembra abbandonare il tono grave ed inquisitorio per insinuare – tra le pieghe del tortuoso latino cancelleresco – il “dubbio” che solo potrà far pervenire alla sentenza assolutoria. Non stupisca la decisione di mettere tutto a tacere adottata da Roberto della Rocca con l’aiuto – meglio sarebbe dire “con la complicità” – dei suoi coadiutori: si sceglie deliberatamente la soluzione di risparmiare l’Università Angelese dalle tremende conseguenze della scomunica. Il calcolo politico, che induce i giudici a chiudere più di un occhio ed a perdonare la gente rivoltosa, palesemente colpevole delle violenze inferte al Tommasi, è fin troppo chiaro.

A quei tempi imporre una sanzione di scomunica ad un’intera comunità non era decisione da prendere a cuor leggero; in sostanza significava decretarne la morte non solo spirituale, con effetti deleteri che immancabilmente si sarebbero ripercossi su ogni aspetto della vita civile. E di fronte a tale responsabilità la ragion di stato deve essere stata prevalente sui motivi di giustizia che dovevano fondatamente produrre l’espletare condanna dei temerari aggressori. Occorreva anche salvare le apparenze e non suscitare le comprensibili rimostranze dell’offeso Fra’ Nicola; ecco allora che il soccorso degli esperti giureconsulti diventa fondamentale.

Sarà anche vero (sembra di capire, abbiano argomentato i giudici), a ogni buon conto è indispensabile che avanti a noi si presenti la parte lesa, perché bisogna pur sapere cosa ha da riferire… e se proprio è ancora determinato a confermare le accuse contro i suoi presunti aggressori. L’identica convocazione, fatta con la stessa modalità, viene rivolta al Tommasi con l’esito che tutti possono immaginare. Era veramente improbabile che la voce del banditore riuscisse, per quanto forte, ad arrivare fino alle orecchie di Fra’ Nicola che a Penne si trovava “distratto” da nuove e diverse disavventure.

Siccome nessuno si fa vivo, il tribunale procede d’ufficio. Nella pergamena, con pedante meticolosità, si tornano ad enumerare le violenze che si dice siano state rivolte al Vescovo e si aggiunge un fatto nuovo: durante la rivoluzioncella anticlericale, sono state abbattute le mura del palazzo vescovile che Sua (ingenua!) Eccellenza si stava facendo costruire – con errate attese riguardo alla mansuetudine del gregge angelese – appena fuor di Porta S. Angelo.

Roberto della Rocca, snocciolando tutti i suoi titoli per conferire alla sentenza il doveroso risalto, fa infine partorire dalla montagna accusatoria, resa ormai traballante dai reiterati si dice, lo striminzito topolino della sentenza assolutoria: “absolvitur et in perpetuo absoltum”. Ci sia concesso di immaginare il respiro di sollievo uscito dai petti di quei nostri antenati: l’incubo era finito, ed il protervo Fra’ Nicola alle ingiurie ed alle brutalità subite… ora avrebbe dovuto aggiungere anche la beffa di vedere confermata ope legis la totale innocenza (sic) del buon popolo angelese. In verità con l’inattesa assoluzione si perderà definitivamente anche la possibilità, per la nostra città, di ottenere il titolo di sede diocesana: un proposito che il Tommasi potrebbe aver, in qualche modo, manifestato, dopo le controversie con il clero atriano e pennese; ed a riprova di queste presunte “intenzioni” molti citano il palazzo episcopale che l’alto prelato si stava facendo costruire nella Civita Sancti Angeli.

Tuttavia le supposizioni che vanno in tal senso, in mancanza di prove documentarie certe e comprovate, rimangono solo sterili esercitazioni di fantasia; utili solo a confondere ed a perpetuare la magra consolazione che ciò che non fu… sarebbe potuto accadere. Agli intemperanti ed impulsivi cittadini angelesi, questo è certo, non rimase che l’insopprimibile abitudine di nominare la chiesa di San Michele Arcangelo – ed accade ancor oggi – sempre col titolo, mai riconosciuto, di Cattedrale.

Tutti i fatti narrati sono essenzialmente contenuti nella citata pergamena: un prezioso documento che ci ha permesso di accertare la veridicità della sassaiola al Vescovo, ancora presente nella nostra tradizione orale ed assunta, sia pure con le molte imprecisioni nelle patrie memorie annotate dagli storici locali.

Siamo riusciti, inoltre, a conoscere più da vicino l’affascinante personalità del tenace Fra’ Nicola, Vescovo della diocesi di Penne ed Atri, che ebbe il torto di dire il vero e sostenere il giusto… nei luoghi più sbagliati… e con le persone meno opportune!

Di Fra Nicola si tornerà a parlare per quella transazione di pace che lo vide testimone quando si chiuse un’asprissima contesa tra Penne e Città Sant’Angelo nell’anno 1350.

Tratto da “Microstorie Angelesi” di Massimo D’Arpizio, 1999

Approfondimenti bibliografici

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