Visita con il panorama a 360° la chiesa di Santa Chiara

Un piccolo gioiello barocco a pianta triangolare, unico in Abruzzo e tra i pochi in Italia.

La chiesa di S. Chiara è annessa al convento delle Clarisse che fu costruito in origine, probabilmente prima del 1314, fuori dell’abitato sul cosiddetto Colle di Santa Chiara e ricostruito, in seguito ad una Bolla di Papa Innocenzo IV, datata 1357, all’interno del nucleo urbano tra il sesto e il settimo decennio del XIV secolo. Essendo edificato su un luogo in pendenza, a ridosso delle mura cittadine, l’organismo ha dovuto adattarsi a tale situazione risultando costituito da un corpo stretto e allungato che presenta ad un’estremità la chiesa affacciata su una piccola piazza. Di questa costruzione originaria oggi resta ben poco per effetto di una rilevante ricostruzione settecentesca che ha interessato l’intero complesso ed in modo particolare la chiesa che risulta uno degli esempi più originali di barocco in Abruzzo. E’ una delle poche chiese francescane che adotta soluzioni tipicamente barocche insieme alla chiesa di S. Lorenzo di Manoppello e a quella di S. Chiara di Penne. Nel corso del Settecento essa fu ricostruita completamente e in modo del tutto nuovo rispetto alle soluzioni più diffuse nella regione adottando, unicum in Abruzzo, lo schema triangolare. La scelta della pianta triangolare risente degli influssi del barocco settentrionale e centroeuropeo, che è ricco di esempi di edifici che presentano lo schema del triangolo con forti connotazioni simboliche. Questa singolarità è certamente dovuta all’intermediazione di Girolamo Rizza e Carlo Piazzola che furono, con gran probabilità, gli autori, oltre che della decorazione, anche del progetto e che importarono le soluzioni architettoniche più interessanti del secondo barocco. La ricostruzione dovette precedere di poco il 1730.

Fonte: Regione Abruzzo – Servizio per l’Informazione Territoriale e la Telematica

Approfondimenti a cura di Chiara Pellino

Le notizie relative alla chiesa di Santa Chiara sono strettamente collegate alla presenza delle clarisse nel territorio di Città Sant’Angelo, attestata fin dal Trecento. La fabbrica attuale è frutto di una commissione realizzata tra la fine del Seicento e gli anni Trenta del Settecento: nel 1730, infatti, la badessa Laura de Sterlich stipulò un contratto con gli stuccatori Girolamo Rizza e Carlo Piazzola (allievi di Giovan Battista Gianni – N.d.R.) provenienti dal Nord Italia, per la nuova decorazione dell’edificio. In relazione al fenomeno più ampio del barocco abruzzese, è possibile affermare che la chiesa di Santa Chiara ne rappresenta uno dei vertici produttivi più interessanti visto che si tratta dell’unico esempio regionale di spazio a matrice triangolare cupolata. La geometria triangolare vanta precedenti illustri nelle realizzazioni di Francesco Borromini, di Guarino Guarini e di Bernardo Vittone, autori di veri e propri archetipi architettonici che dall’Italia si diffusero in tutta l’Europa, dal Seicento in poi. Nel caso specifico della chiesa di Santa Chiara, la pianta è costituita da un triangolo equilatero ai cui vertici sono collocate tre cappelle absidate, incorniciate da ampi archi a tutto sesto. Le pareti si caratterizzano per la presenza di lesene con capitelli in stile corinzio, sulle quali si imposta un’aggettante cornice mistilinea sormontata da un motivo a palmette dorate su fondo blu scuro. Tale espediente media il passaggio verso l’unitarietà del coronamento a cupola emisferica con lanterna. Quest’ultima si innesta, tramite una cornice che ne ricalca il profilo, su una fascia circolare scandita dalle ampie arcate delle cappelle e da lesene con capitelli ionici. Nel medesimo spazio si collocano poi le finestre rettangolari e sei medaglioni sorretti da puttini. La cupola presenta una minimale decorazione a partitura geometrica ed è illuminata da tre aperture ovali, poste in asse con i tre altari. All’articolata composizione interna si contrappone la semplicità del prospetto composto da una parte centrale a terminazione piana e da due ali laterali poco spioventi, prive di elementi plastici. Il corpo principale, dall’andamento leggermente concavo, è scandito verticalmente da due fasci di lesene mentre, trasversalmente, presenta una cornice marcapiano che ne divide lo spazio in due parti. In quella superiore, al centro, campeggia un finestrone rettangolare allineato, in basso, con il portale d’ingresso. Quest’ultimo è collocato tra due snelle lesene lisce ed è coronato da una lunetta vuota. In alto, svetta il profilo del tamburo sormontato dalla lanterna, sulla quale spiccano un globo e una croce.

All’interno, la controfacciata è dominata, sopra il portale di accesso alla chiesa, dalla cantoria sostenuta da quattro mensole. L’opera è caratterizzata da pannelli decorati con elementi a nastro e di tipo vegetale stilizzato (rosette, fiori, palmette, ecc.). In particolare, il pannello maggiore presenta due càntari con fiori disposti ai lati e, al centro, la raffigurazione di un uccello circondato da fasci dorati: potrebbe trattarsi della classica colomba dello Spirito Santo o dell’allegoria del pellicano che, secondo un’antica credenza, nutre con il sangue i suoi piccoli, ferendosi il ventre. Lungo le pareti sono collocati poi due palchetti, la cui decorazione a pannelli dorati riprende quella della cantoria, e un ingresso secondario per i fedeli. Ponendosi con le spalle alla porta di ingresso, è possibile notare, sulla sinistra, una grata metallica a formelle che mette in comunicazione l’ambiente con alcuni locali attigui alla chiesa. Le monache, praticando la clausura, non potevano assistere alle funzioni all’interno della chiesa ma da una postazione apposita, il matroneo, di cui oggi restano le grate poste in alto, in corrispondenza della decorazione a palmette. è probabile che le monache attraverso la finestrella presente nella già citata grata, ricevessero la comunione, mentre il foro sulla sinistra servisse a scambiare lettere o piccoli doni con la comunità. Una menzione a parte è dedicata al bellissimo pavimento della chiesa, realizzato nel 1856 dall’artigiano friulano Giovanni Pellarin (autore anche della pavimentazione della chiesa di San Francesco e di una piccola porzione di pavimento dinnanzi all’altare della Collegiata di San Michele . N.d.R.). L’opera appartiene ai cosiddetti “terrazzi” alla veneziana ed è composto da una ripetizione modulare di triangoli gialli, bianchi e neri convergenti verso il rosone centrale. Quest’ultimo costituisce il punto di intersezione di due assi, composti da triangoli più grandi rispetto agli altri, il cui andamento dall’interno verso l’esterno crea un movimento ottico di espansione (assi orientati verso i punti cardinali, Nord, Sud, Est e Ovest – N.d.R.), visibile solo dall’alto. Il rosone, dal fondo bianco, è inscritto in un quadrato verde bordato di rosa e presenta un motivo a nastro che ne ripercorre il perimetro. All’interno vi risaltano un fiore e quattro elementi vegetali.

I tre altari, caratterizzati dalla profusione di cornici e dorature, presentano sempre una nicchia inserita in una struttura riccamente modanata, priva di ordini e sormontata da un cartiglio con iscrizione in latino. Lateralmente spiccano, per ciascuno di essi, due paraste decorate con motivi a grottesche nei quali è possibile individuare elementi geometrici o fitomorfici stilizzati, accompagnati talvolta da mezzi busti, puttini e uccelli. L’altare maggiore è dedicato alla santa titolare della chiesa, come si evince dalla statua vestita collocata nella nicchia, adorna dell’abito in stoffa dell’ordine e, sul petto, dal reliquiario d’argento contenente un frammento d’osso della santa di Assisi. Il corredo è completato da una pisside, un pastorale e una corona. Ai lati della nicchia, secondo uno schema che si rinnova in tutti e tre gli altari, spiccano due sculture ad altorilievo, in stucco dorato finemente intagliato: santa Barbara con la torre e santa Caterina d’Alessandria con la ruota dentata e la spada. A sinistra dell’altare maggiore, ne è presente un secondo dedicato a san Francesco: al centro è collocata la nicchia con la statua vestita del santo, che indossa l’abito dell’ordine e tiene nella mano destra una croce di legno. Lateralmente si possono notare le statue ad altorilievo di due santi francescani: Pasquale Baylon, che guarda intensamente l’ostensorio eucaristico mentre lo solleva con la mano sinistra, e Antonio di Padova con il libro, il giglio e il Bambino Gesù. Il terzo e ultimo altare è dedicato alla Madonna del Rosario e presenta ai lati della nicchia le consuete statue ad altorilievo di altri due santi: l’eremita Francesco di Paola a sinistra, con il bastone sormontato da un disco sul quale campeggia l’iscrizione cha – ri – tas, e il gesuita Francesco Saverio a destra, dall’aspetto decisamente più giovanile, che reca in mano una croce e un giglio.

Una particolarità della chiesa di Santa Chiara risiede nel fatto che in essa sono presenti molte figure femminili. Ciascun altare, infatti, è coronato da un pannello istoriato dedicato, di volta in volta, ad una santa: presso l’altare maggiore, è stato raffigurato l’episodio della tonsura e dell’ordinazione di santa Chiara, così come viene narrato nei Fioretti. L’altare dedicato a san Francesco, invece, è sormontato dal pannello contenente la rappresentazione di santa Cecilia, protettrice della musica, che suona l’organo accompagnata da due angeli musicanti. Infine, presso il terzo e ultimo altare, campeggia la celebre raffigurazione della transverberazione di santa Teresa d’Avila. Al di sopra degli altari, nella fascia di raccordo tra la cupola e la parte inferiore della chiesa, sono stati inseriti sei medaglioni istoriati sorretti da puttini che raccontano altrettanti episodi dedicati ad eroine del Vecchio Testamento. I medaglioni procedono per coppie: presso l’altare maggiore, Giuditta con la testa di Oloferne è collegata a Giaele che uccide Sisara; presso l’altare dedicato a san Francesco, Ester e Assuero sono accostati a Davide e Abigail mentre, presso l’altare della Madonna del Rosario, Agar nel deserto si accompagna a Tamar e Giuda.

Per approfondimenti si rimanda al volume La chiesa di Santa Chiara. La dimensione femminile della salvezza” di Chiara Pellino con foto di Graziano Romanelli, Ianieri Edizioni, Pescara, 2018. In vendita online QUI